Diario di Gioriga

Diario di Gioriga

1 Nov 2019

19 Maggio 2019

Gli Acholi, ovvero la popolazione di Kalongo e di questa regione del nord Uganda (anche detta Acholiland) hanno alcune usanze particolari. Una di queste, che trovo particolarmente divertente, è che oltre a scegliere il nome dei loro figli scelgono anche il loro cognome, che solitamente è una parola con un significato ben preciso e collegato alle circostanze di nascita. Ad esempio, se nascono due gemelli il primo si chiamerà di cognome Opio (o Apio se femmina), mentre il secondo Ocen (o Acen). Il figlio che nasce successivamente ad una coppia di gemelli invece sarà Okello/Akello. L’unica femmina tra fratelli maschi si chiamerà Akidi, viceversa Okidi. Okot è chi nasce quando piove, Oyoo chi non raggiunge l’ospedale e nasce “on the way”, “Ojok” chi nasce con qualcosa di insolito (un dito in più, in presentazione podalica, ecc…), “Komaketch” suggerisce un parto molto difficile e “Atimango”, il più divertente, significa “what should I do?”. Dal cognome della persona puoi risalire a qualche caratteristica della sua nascita o della sua famiglia, ma il risultato è che fratelli appartenenti alla stessa famiglia avranno cognomi diversi tra loro e rispetto ai propri genitori, il che genera una gran confusione! Inoltre, ogni tanto mi trovo con almeno tre Akello Alice o Ocen David ricoverati nello stesso momento…

22 Maggio 2019

Quando piove tanto e poi esce il sole l’aria si riempie di grandi formiche bianche volanti, le “white ants”. Diventano davvero numerosissime, fastidiosissime, ti volano intorno e si posano ovunque. E sai già che per il resto della giornata vedrai gruppi di bimbi in ogni dove impegnati a intrappolare e raccogliere le formiche, per poi portarle felici a casa a farle cucinare dalle donne della famiglia. E il giorno dopo qualcuno ti inviterà ad assaggiare le formiche fritte, che sono il piatto forte in ogni casa di Kalongo in queste giornate di sole dopo la pioggia.

9 Giugno 2019
Questa settimana a Kalongo l’ospedale è di colpo esploso di pazienti. In Pediatria siamo arrivati a più di 100 pazienti. Cerchiamo di dimetterne il più possibile, compatibilmente con le condizioni cliniche, ma sembra che più ne dimetti più ne arrivino! Mamme, bambini, fratellini, parenti vari si accalcano nelle tre stanze del Children Ward e, se non piove, nel cortile retrostante, insieme a tutto ciò che serve loro per il ricovero tra cui provviste alimentari, untesili per cucinare, coperte, tappeti, taniche di acqua… E’ un turbinio di colori, odori, pianti, a volte anche risate. Negli ultimi due giorni io e Giorgia abbiamo lavorato senza sosta fino a sera, aiutate dagli infermieri che, per quanto in numero veramente troppo scarso rispetto alla quantità di pazienti, si sono dati un gran da fare. Molti sono i pazienti critici, moltissimi sono i casi di malaria e di conseguenza le necessità di trasfusioni di sangue. Purtroppo il sangue è finito, stiamo sperando che arrivi in fretta ma il concetto di “fretta” in Africa è decisamente diverso dal nostro.
Il numero di personale sanitario qua è veramente basso, ovviamente le persone che hanno la possibilità di studiare e diventare medici e infermieri in Uganda è minimo rispetto alla popolazione. Un altro problema è che spesso i bimbi arrivano in ospedale tardissimo, quando le loro condizioni sono ormai davvero critiche, vuoi per l’impossibilità dei genitori a staccarsi da casa, dagli altri figli e dai lavori da fare, vuoi per le difficoltà economiche nel pagare il trasporto e le spese ospedaliere.
In queste giornate così piene la stanchezza è tanta ma si avverte solo a fine giornata, si è troppo concentrati a trovare la migliore soluzione con il poco che si ha, e nel minor tempo possibile per potersi così dedicare agli altri bimbi in attesa. I momenti di sconforto e di impotenza di fronte ai casi più complessi non mancano, ma la sensazione di essere davver utile, di stare facendo qualcosa di importante, ti ripaga da tutto.

31 Luglio 2019

Mi fermo un attimo a pensare, e mi accorgo che sono passati due mesi dalla mia partenza dall’Italia. Due mesi che da una parte mi sembrano anni luce, dall’altra un soffio. Mi fermo a respirare, e mi rendo conto di quanta strada ho fatto per arrivare qui, e quanta ancora ne vorrei fare, e penso a quanto lavoro ci sarebbe ancora qui. Non sembra mai abbastanza, soprattutto ora che la stanchezza inizia a farsi sentire, e ogni perdita e sconfitta sembra superare le vittorie e le soddisfazioni. I pazienti da visitare tra pediatria e terapia intensiva neonatale rasentano i 200. Il numero di medici e infermieri sarebbe meglio non menzionarlo, così come la scarsità di esami e terapie a disposizione. Le ore passate in ospedale non le conto neanche più. I Kg persi non li ho ancora misurati.
Ma la sensazione a fine giornata, anche quelle più difficili e pesanti, è sempre la stessa: la gioia. Che è poi il fondamento su cui è nato questo ospedale - “ultimo baluardo di amore e civiltà”, cit -. Sulle magliette delle studentesse della scuola di ostetricia si legge stampato a caratteri cubitali “Love and serve with joy”. E loro davvero lo fanno, sempre sorridenti e disponibili all’aiuto in qualsiasi situazione. Ecco forse l’insegnamento più grande che Kalongo mi può dare, al di là di tutta la medicina che sto imparando: la gioia della nostra professione - la più bella del mondo, cit. -, e soprattutto la gioia della vita, anche in mezzo alla miseria, alla malattia, alla sofferenza.
Mi fermo a tirare un sospiro profondo e mi accorgo che dell’Italia, in questo momento, non mi manca quasi nulla.. che qui, in qualche modo, mi sento un po’ a casa.

25 Agosto 2019

Alcune cose che mi mancheranno

Quel loro particolare modo di rispondere di si a una domanda, alzando le sopracciglia senza dire una parola, senza muovere altri muscoli facciali, con quell’espressione così seria e allo stesso tempo così confidenziale.
Quel loro modo di rispondere al saluto con un semplice Eeeeeh, così, quasi svogliato, ma che ti fa sentire così tremendamente accolto nel loro mondo.
Quelle risate quando mi rivolgo a loro con le frasi in Acholi che ho imparato, nel tentativo di cavarmela da sola nelle visite.
Le passeggiate con i bambini che sempre ti rincorrono “hi musungu, do you have sweets?” Le bolle di sapone in reparto che spaventano i bambini invece di calmarli.
Le feste impostate, dove rigorosamente si deve avere un master of cerimony e un’agenda, dove ogni singolo momento è programmato, i discorsi al festeggiato occupano metà del tempo, e il taglio della torta tutti insieme deve essere sempre prima della cena. E le danze Acholi, sulle note dell’immancabile canzone tormentone dell’estate ugandese.
Le messe con la chiesa strapiena, i canti allegri e le urla delle donne Acholi per animare i canti e i balli, che toccano corde profonde dentro di te. Le preghiere prima e dopo ogni attività, lavorativa o ludica.
I viaggi in tre su un boda boda, senza casco, all’aria aperta in mezzo a un verde da cartolina.
I safari tra gli animali più maestosi e la natura infinita e rilassante.
La terra rossa delle strade che quando viaggi si alza in polverone, ti si appiccica addosso e te la porti dietro per tutto il giorno.
Le gite in città per comprare la Nutella, lo shopping tra i negozi di stoffe e le corse dalla sarta del villaggio per farsi fare dei vestiti colorati.
I viaggi della speranza, sulle strade non asfaltate in mezzo al nulla, con la macchina che sembra ribaltarsi a ogni curva o rimanere bloccata in mezzo ai laghi che si formano con la pioggia. E quelli notturni in autobus, esperienze multisensoriali tra gli odori, lo sporco e i semi capottamenti.
Le passeggiate al buio più completo con la sola luce delle stelle sopra di noi. Le corse sotto la pioggia sempre quando sei senza kway.
La scalata al monte “del vento” con la visuale sull’intero panorama verde intorno al villaggio.
I meeting con il personale del lunedì e mercoledì e i seminari del venerdì, compresi quelli rimandati perché pioveva, e quelli preparati all’ultimo e poi mai esposti perché nessuno aveva avvisato che non ce n’era più bisogno
Le cene in guesthouse gomito a gomito con decine di persone e quelle in totale solitudine con un buon libro davanti e la radio accesa di sottofondo. I chapati di cuoco Aniceto e quelli mangiati per strada.
I volti dei molti volontari di passaggio a Kalongo, provenienti da ogni parte del mondo, le serate di canti improvvisati tra sconosciuti con la chitarra e l’okulele, le partite di pallavolo promesse e mai giocate, le chiacchierate infinite in inglese. I membri dello staff locale di questo ospedale in mezzo al nulla.
La tomba di padre Ambrosoli vicino alla mini-pista dell’aereoplanino che da Entebbe ti catapulta in poco tempo in questo mondo sperduto e indimenticabile.
Gli sguardi dei bambini, spaventati o curiosi, sorridenti o tristi, in ogni caso meravigliosi, e i volti delle madri, pazienti, a volte sofferenti, a volte giocose, sfingi davanti a una brutta notizia, ma se ti capita di vederle quando si lasciano andare al dolore della perdita non le dimenticherai mai.
La strada rossa che corre per kilometri, un cammino che può essere un’inizio, una partenza che non necessariamente è la fine.