Diario Antonella - Emergenza Sanitaria

Diario Antonella - Emergenza Sanitaria

1 Nov 2019

Da quando sono arrivata a Kalongo, ormai un mesetto circa, ho impresse nella memoria tante immagini. La vista del monte Oret dall’elicottero, il sorriso adorabile di Aniceto, il cuoco della guest-house, gli insetti (giganti!) che ti trovi a dover affrontare la sera nella tua stanza. E ovviamente, gli sguardi dei bambini. Buffissimi alcuni, spaventatissimi dal fatto che il doctor sia una strana tizia di colore bianco che devono allontanare a tutti i costi , più impavidi altri, che si fanno coraggio e ti inseguono fuori dall’ospedale per chiederti se hai “sweets, sweets!!”. Però devo dire che, soprattutto quando la mattina inizio la mia giornata in ospedale, divisa tra terapia intensiva neonatale, la pediatria, e le consulenze varie in altri reparti, quello che mi rimane più impresso non sono gli sguardi, i sorrisi, o i colori sgargianti dei vestiti che tante volte questi bimbi indossano. Sono i numeri, quelli che restano più impressi. 208: è il numero di bambini ricoverati in Pediatria. 1.8: è il valore di emoglobina più basso mai visto in vita mia, talmente basso da essere folle a pensare che possa essere compatibile con la vita; questo è il valore di emoglobina del primo bambino che ho visto morire di malaria. Perché quest’anno è da inizio Giugno che l’epidemia di malaria qui in Uganda non lascia scampo, e colpisce soprattutto i bambini. Perché per qualche motivo non hanno messo in atto le procedure solite di disinfestazione ambientale, perché l’ignoranza porta le persone del luogo a fare le tende con le reti distribuite dal governo invece che proteggere i proprio letti, perché la superstizione dice che dormire sotto una rete non ti rende più fertile, e qui è importante per una donna fare bambini per essere ben accettata dal marito e dalla famiglia. Già, e, guarda caso, quelli che arrivano in fin di vita in ospedale sono proprio loro, i bambini. I più fortunati arrivano sui boda, le motociclette ugandesi, altri arrivano a piedi, stremati, dopo aver percorso tantissimi chilometri partiti chissà da quale villaggio sperduto, tutti bagnati dalla pioggia e sporchi di fango. Tanti arrivano in condizioni disperate, quando per loro è già troppo tardi. E tutti arrivano a Kalongo nella speranza di trovare una cura.

Ma quale sarebbe la cura per la malaria? L’artesunato è la cura nelle forme di malaria complicata, ma, nelle forme con grave anemia, quale è il supporto immediato? Il sangue. E questo è un problema in tutta l’Africa, non solo a Kalongo. Qui la banca del sangue più vicina si trova a Gulu, che è una cittadina che dista circa tre-quattro ore di macchina. Le sacche di sangue vengono trasportate due volte alla settimana, però tante volte il sangue non c’è nemmeno a Gulu. Che si fa allora? Si inizia col fare lo screening ai genitori, per vedere se sono compatibili. Tante volte però i genitori non possono donare, perché magari hanno già donato all’altro figlio che ha avuto la malaria la settimana prima, o perché sono mamme in dolce attesa o che stanno allattando, o perché hanno malattie trasmissibili attraverso il sangue (HIV, epatite b o altro). Altre volte invece i genitori non riescono a donare perché la sfortuna vuole che non siano compatibili. Ecco allora che scatta la caccia al donatore. Cosa può fare un medico per impedire che un bambino con 1.8 di emoglobina muoia? Puoi iniziare l’artesunato, ma comunque quel bambino per sopravvivere avrà bisogno di sangue. Si prova a chiedere a chiunque, prima ad altri famigliari, che però spesso sono lontani e quindi non arriverebbero in tempo, quindi chiedi un po’ a chi ti capita, se non hai già donato negli ultimi tre mesi doni tu se sai di essere compatibile, sennò chiedi ad altri medici, infermieri, volontari, studenti, chiunque incontri, lo sai che quel bambino si scompenserà da un momento all’altro. E’l’unico atto medico che puoi fare, trovare il sangue. Non si tratta di usare protocolli complessi per curare lo shock settico, o per trattare sindromi nefrosiche, o gestire chissà quale malattia cardiaca. Si tratta di banalissimo e stupidissimo sangue. Nel caso del bambino con 1.8 di emoglobina neanche il papà aveva fatto in tempo a donare, il cuore del piccolo non aveva retto. Ieri però sono riuscita a trovare una studentessa di ostetricia che donasse per un altro bambino, uno O positivo, che aveva 2.8 di emoglobina, e questo ce l’ha fatta. Alcune volte ci riesci, altre volte ti devi solo rassegnare, anche se è difficile, che quel bambino morirà. Come è successo a Vincent, 9 anni e 2.7 di emoglobina, morto ieri sera, poco prima che arrivasse il sangue da Gulu. C’è poi una piccoletta di 2 anni che ha 3.5 di emoglobina, ed è così vispa che ti chiedi come caspita faccia il suo corpicino ad essere così arzillo nonostante abbia un’ anemia del genere. Lei è da una settimana che aspetta il sangue giusto per lei, è uno zero negativo. Speriamo bene.
Ed è terribile stare in attesa per te, medico italiano abituato ad avere tutto il sangue che vuoi, e che invece qui ti ritrovi a vedere i bambini morire, senza poter fare nulla. Se per questi casi di anemia gravissima senza sangue non si può fare molto, per gli altri casi con valori di emoglobina sopra i 5 g/dl la cura principale resta comunque l’artesunato.
Ma la scorsa settimana siamo rimasti anche senza questo farmaco, salvavita in corso di una epidemia del genere. E questo è un problema che forse si può risolvere, più della mancanza del sangue.

Il piccolo Sadrak
Una storia che mi è rimasta impressa.. sicuramente ce ne sono tante. Qui a Kalongo tante storie iniziano a stento e si interrompono all’improvviso, quando meno te l’aspetti, altre, in modo del tutto inaspettato, proseguono. Quella che sicuramente mi resterà nel cuore è la storia di Sadrak, chiamato anche il “figlio della staff”. Il soprannome deriva dal fatto che è il primo e unico figlio di una ragazza che lavora qui all’ospedale di Kalongo, infermiera in Medical Ward. Un bambino non molto fortunato, nato molto prima del termine della gravidanza a fine Luglio, uno scricciolo di a mala pena un chilo di peso. Sadrak ha avuto tanti inconvenienti subito dopo la nascita, soprattutto perché, essendo così piccolo, faceva fatica a respirare. Doctor Giorgia per prima e io dopo abbiamo cercato di assisterlo. Tante volte ha smesso di respirare e lo abbiamo rianimato. Mi ricordo le chiamate a notte fonda perché “Doctor, il figlio della staff non respira, vieni, stiamo usando l’ambu” e le corse, convinta ogni volta che non ce l’avrebbe mai fatta a sopravvivere, con i mille pensieri che mi frullavano per la testa: “Ma come farà un bambino così compromesso a stare qui, gli servirebbe un ventilatore vero, dovrebbe essere intubato, ma come si fa a Kalongo?”. E invece Sadrak è sempre riuscito a sorprendermi. Tante volte è stato gravemente anemico e ha avuto bisogno di trasfusioni. Tante volte l’ossigeno non bastava, e la CPAP neppure, ma lui ha tenuto duro. Giorno dopo giorno, grammo dopo grammo, il piccolo Sadrak, lentamente, si è ripreso. Adesso respira da solo, e pesa ben 1700 grammi! Ancora non è tanto capace di mangiare in autonomia, viene aiutato a finire il suo latte da un sondino che finisce direttamente nello stomaco, però ce la sta mettendo tutta per migliorare. Avrà bisogno ancora di un po’ di tempo per essere un bambino come gli altri della sua età, forse non sarà mai completamente simile a loro. Guardo con un po’ di apprensione al suo futuro, tante volte i neonati pretermine come lui possono andare incontro a conseguenze a lungo termine, e non sarebbe facile essere un bambino disabile, soprattutto qui, a Kalongo.
Oggi, ultimo mio giorno di lavoro all’Ambrosoli Memorial Hospital, con tanta emozione e dopo tre mesi di ricovero, ho dimesso il piccolo Sadrak dalla terapia intensiva neonatale. Con la speranza che continui positivamente a sorprendermi come ha fatto da quando è nato.

Cosa mi resterà di Kalongo
Cosa mi resterà di Kalongo.. Tante emozioni, tante storie da raccontare. La prima volta che vedi Kalongo resti affascinato dalla bellezza del posto, dalla natura pura, incontaminata, verdissima che hai intorno, dalla vivacità dei colori delle stoffe, dai sorrisi incondizionati della gente che incontri per strada. La prima volta che vedi l'ospedale di Kalongo.. Semplicemente non capisci niente, vedi solo una massa informe di bambini sparsi ovunque, dentro e fuori dall'ospedale, sui letti (pochi) e per terra (la maggior parte) che emanano odori sgradevoli, urlano, quelli che stanno meglio scorrazzano in giro e quando provi a cercarli non li trovi mai. Quando sono arrivata io erano ricoverati più di 200 bambini, e così é stato per circa due mesi, dopo di che il numero si é un po' ridotto ma io ho smesso di contarli. La prima volta che vedi l'ospedale di Kalongo ti chiedi dove tu sia finita. Ti manca l'ordine, ti mancano le medicine, ti mancano gli esami da fare. Ti manca tutto quello che sei abituato ad avere e che ti permette di fare il medico in Italia. Così le prime settimane solitamente passano nello sconforto e nella frustrazione, pensi a tutto quello che vorresti fare e che non puoi fare, ti sembra di non essere utile, di non essere capace di lavorare con poche risorse. Ma dopo le prime settimane qualcosa cambia. Capisci che il paradigma che hai tu della medicina, in qualche modo, lo devi mettere da parte. Capisci che non é quella italiana la medicina giusta, la medicina, a Kalongo, deve essere diversa, per forza. E soprattutto capisci che, anche se ti sembra di fare poco, anche quel poco, qui, é fondamentale. Tipo accendere la lampada per riscaldare un neonatino freddo, procurare mangiare e da bere alla mamma del piccolo pretermine che sennò il latte non arriverà mai, spiegare ai genitori di dare da bere piano piano, con pazienza, la soluzione reidratante orale quando i bambini sono disidratati perché spesso funziona, correre a cercare donatori quando manca il sangue. A Kalongo sei tu che devi stare dietro alle lampade riscaldanti, ai latti, e a tutte le terapie salvavita. Spesso anzi conviene che le dia tu le terapie, perché, con 200 bambini, gli infermieri sono oberati di lavoro. Quando inizi a vedere che questo approccio funziona, allora inizi a sentirti gratificata. Compaiono improvvisamente tutti i lati positivi. Il reparto resta sporco e disordinato, ma ti accorgi che tutti i bambini con i genitori aspettano in silenzio, in fila, ore e ore, per la tua visita. Raramente ho visto litigi tra genitori per quale figlio dovesse essere visto per prima, raramente li ho visti lamentarsi davanti a una decisione del Doctor. La maggior parte di loro ti guarda, ti sorride, ride di gusto quando provi a parlare in acholi, ti ringrazia alla fine della visita. Sono tutti grati del lavoro che stai facendo. La frustrazione davanti alle morti inaspettate, purtroppo, resta. Ma anche davanti alla morte ti rendi conto della dignità, della compostezza di questa gente di fronte al dolore. Tu trattieni a stento le lacrime, loro invece, con molta umiltà, ti ringraziano, e escono dal reparto con la stessa compostezza con cui sono arrivati. Tutto questo ti resta inevitabilmente impresso nella memoria, e nel cuore. Come ti restano impressi tutti quei bambini che avevi dato per spacciati il giorno prima, e ti ritrovi il giorno dopo nella room 3, la stanza dei pazienti stabili, che ti sorridono, che stanno bene, perché quella terapia, che a te sembrava poco, ha funzionato. E tutto improvvisamente acquisisce un senso, perché tu hai finalmente imparato a guardare con una prospettiva diversa. Questa é la lezione più importante che ho imparato in questi mesi. Grazie, Kalongo.

22.10.2019, aeroporto di Entebbe